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Insediamenti dell'età del bronzo

L'attuale territorio comunale di Mineo comprende una parte centrale pianeggiante di origine alluvionale, orientata in senso nordest-sudovest, formata dal fiume di Caltagirone o dei Margi, delimita a nord da una catena di basse colline, le cosiddette Coste, ricche d'acqua e composte prevalentemente da trubi, marne e rocce calcarenitiche.
Già a partire dalla fine del secolo scorso, con le ricerche topografiche dello Shubring, alle quali si sono succedute le osservazioni di Pais, Pace e in tempi più recenti di Adamesteanu e Messina, è stato evidenziato l'importante ruolo che questo territorio ebbe nell'antichità che, per la sua conformazione orografica, costituiva la via naturale di collegamento tra le due zone agricole più importanti della Sicilia: la piana di Gela e la piana di Catania.
Anche se in questa area sono stati individuati insediamenti umani risalenti al Paleolitico superiore, al Neolitico e all'età del Rame , è a partire dalla antica età del Bronzo che tutto il territorio risulta capillarmente e densamente abitato. Relativamente a questo periodo inoltre, al già cospicuo numero di località individuate da A. Messina, è stato possibile aggiungere, in questi ultimi anni, altri siti, frutto di nuove esplorazioni topografiche non sempre sistematiche e di campagne di scavo. L'indagine topografica, ancora in corso, ha già interessano il 50% del territorio amministrativo del comune di Mineo, che si estende per circa 250 Kmq., rilevando ben 38 siti della prima età del bronzo, per una densità, sul totale della superficie, di 1 sito ogni 6 Kmq.
La zona più densamente abitata e che ha restituito le tracce più antiche della presenza umana risulta quella delle "Coste", che per la sua conformazione orografica e la abbondanza di sorgenti d'acqua, offriva le condizioni ideali per l'attività agricola.
Gran parte degli insediamenti sorgono in posizione elevate, superiori ai 400 metri di quota s.l.m. o sulla sommità di colline di facile accesso, in antico probabilmente ricoperte da folti boschi, che dominano le valli dei fiumi Margherito e Caltagirone. L'evidenza archeologica più frequentemente attestata è naturalmente la tomba a grotticella artificiale, presente il più delle volte a piccoli gruppi (c/de Salto, Piano Casazzi, Rocca di Sant'Agrippina, Guccione, Case Balate, ecc.), ma non mancano esemplari isolati, come ad esempio nelle località Sacchina, Tre Portelle, San Cataldo, Mongialino, Casalvecchio, Manione, che farebbe pensare di trovarci in presenza di fattorie sparse sul territorio e gravitanti sui villaggi esistenti nelle vicine contrade .
Sulle colline a sud della valle dei Margi gli insediamenti umani sono più radi ma più consistenti, anche essi sorgono in gran parte sulla sommità di colline elevate che, a differenza di quelle che formano le "Coste", hanno le pendici ripide e scoscese, che formano profondi canaloni. Un consistente numero di tombe a grotticella è segnalato nelle contrade Vallonazzo e Finocchiara, mentre gruppi più modesti sono presenti nelle contrade Seuta, Bardella, Poggio Grilli, Caratabia e a monte Catalfaro.
Cronologicamente questi ultimi insediamenti appartengono ad un periodo piuttosto evoluto della antica età del bronzo e ciò potrebbe far pensare ad un certo arroccamento dei villaggi castellucciani nei periodi più tardi di tale cultura e la conseguente formazione di centri demograficamente più consistenti.
In questa area l'insediamento meglio noto è quello della contrada Camuti Piano Vattano, del quale in questi ultimi anni è stato scavato parte del villaggio . Esso sorge su un altipiano di roccia calcarea caratterizzato da ripide pendici su tre lati. Gli scavi (1989 e 1991), condotti sulla estrema parte nord-orientale dell'altipiano, hanno portato all'individuazione di quattro capanne a pianta circolare (circa m 6,50 di diametro), risalenti ad una fase evoluta della cultura Castellucciana.
Le abitazioni presentavano l'alzato costituito da pali, dei quali erano evidenti, lungo il perimetro, le buche ovoidali per l'inserzione nel piano roccioso, mentre le coperture erano presumibilmente coniche. Dentro una capanna, priva di battuto pavimentale, erano presenti, al centro il focolare e, nell'angolo sud, una buca circolare, di m 0,75 di diametro e profonda m 1, probabilmente usata come forno (al momento dello scavo era piena di pietre con la struttura fisica alterata per l'eccessivo calore). In essa furono rinvenuti diversi frammenti di ceramica d'impasto grossolano di colore grigio nerastro, con evidenti tracce di bruciature. Le altre abitazioni avevano il pavimento realizzato con un battuto di argilla sul quale, (capanna 4), erano state ricavate due aree rettangolari, di m 1,80 x 1,10 e di m 0,70 x 0,50, con il bordo leggermente rialzato. All'interno delle capanne furono rinvenuti numerosi frammenti di ceramica rossastra con decorazioni bruno nerastre e parte di alcuni pithoi cordonati, l'industria litica era rappresentata da lame di selce a sezione trapezoidale, pestelli e macine in pietra lavica. All'esterno della capanna 4, nel lato nord, accanto ad una delle buche per i pali, era una fossa, di circa m 0,95 di diametro e profonda circa m 0,65. In essa erano due vasi a fruttiera, rotti nella parte mediana, un coltello di selce, un bicchiere globulare e una macina di pietra lavica. Con molta probabilità si trattava di una deposizione votiva fatta al momento dell'impianto della capanna . Sempre all'esterno, ma nel lato ovest, vi era una macchia di terra scura e compatta, probabilmente quello che rimaneva di un focolare, nella quale si rinvennero numerosi resti ossei, prevalentemente ovini e bovini.
Le capanne messe in luce nel villaggio di Camuti, da una sommaria analisi, trovano riscontro, soltanto per le loro dimensioni, con quelle messe in luce nel villaggio della media età del Bronzo di Thapsos , mentre si discostano per l'assenza dei muretti perimetrali, sia da quelle scoperte nel territorio di Licata alla Muculufa , che da quelle ritrovate nel villaggio di Branco Grande nei pressi di Camarina , o di monte Racello nel ragusano , solo per citare alcuni degli esempi più noti.
Tra i numerosi materiali ceramici e litici rinvenuti nell'area del villaggio sono da segnalare soprattutti, un frammento di figurina fittile, un idoletto ginecomorfo ed una forma di fusione per anelli, questi ultimi recuperati nei pressi del focolare, all'esterno della capanna 4. Il frammento di figurina fittile, m 0,05 x 0,025, di argilla beige, con tracce di decorazione di colore rosso, rappresenta un piede con una rozza calzatura. La nostra figurina, per la quale ci riserviamo uno studio più approfondito, non sembra avere riscontri nell'ambito della coroplastica siciliana della prima età del bronzo, infatti essa si discosta per la tecnica e per la forma, dagli esemplari sino ad oggi noti, come, ad esempio quelli ritrovati a monte San Giuliano nei pressi di Caltanissetta e a Manfria.
L'idoletto, altezza m 0,04 e diametro massimo m 0,026, è realizzato con argilla di colore beige, ha una forma pressoché cilindrica, leggermente rastremata alla base. Privo di decorazione, presenta sul davanti due appendici, le braccia o forse il seno, mentre gli occhi sono resi con due punti incisi. Sulla parte superiore ha una leggera insellatura. L'idoletto tipologicamente trova precisi riscontri con manufatti simili provenienti da un coevo insediamento di c/da Fogliuta, nel territorio di Adrano e con un analogo esemplare proveniente da una tomba, attribuita alla media età del bronzo, della necropoli di Thapsos. . Manufatti simili, ma di maggiori dimensioni, vengono in genere identificati come alari.
La forma di fusione, alta m 0,12 e larga m 0,083, è ricavata da un piccolo blocco di calcare bianco di forma tronco conica. Essa ha incisi tre cerchi sul lato sinistro e due sul destro, del diametro medio di m 0,02 e con al centro di ogni cerchio un foro. I cerchi sono raccordati tra loro da una scanalatura, che serve per colare il metallo fuso. Tipologicamente essa ricorda un analogo esemplare ritrovato a Morgantina ma più tardo . Di notevole interesse è la associazione di questi due oggetti e in particolare il rinvenimento della forma di fusione, che pone nuovi ed interessanti interrogativi sulla presenza del metallo e sulla capacità di lavorarlo presso le popolazioni siciliane della prima età del bronzo.
Rimane ancora da indagare la necropoli, formata da piccole tombe a grotticella artificiale, in gran parte violate in antico, meglio nota per una tomba con prospetto a pilastri, tipologia questa che secondo alcuni studiosi attesterebbe, ulteriormente la presenza di influenze maltesi nella cultura di Castelluccio.

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